Anche i “grandi” della storia soffrivano per la calvizie

 

Quando ci si trova di fronte a personaggi che hanno fatto la storia, difetti come la calvizie rischiano di passare in secondo piano. Eppure anch’essi, come tutti coloro afflitti dalla caduta dei capelli, si tormentavano per la propria condizione.

Aristotele, William Shakespeare, Sigmund Freud e Winston Churchill sono personaggi che, nel proprio campo e nella propria epoca, hanno lasciato un’impronta indelebile della storia dell’umanità. Tutti loro, sebbene diversi nelle proprie qualità, avevano un particolare in comune. Tutti soffrivano di calvizie e ne erano molto addolorati.

Il grande drammaturgo inglese, per esempio, soffrì enormemente per la mancanza di capelli e ciò fu palesato addirittura in alcune sue opere. All’interno de La commedia degli equivoci, infatti, un personaggio, al colmo della disperazione, esclama: “Non v’è modo per un uomo di recuperare i capelli che cadono per causa naturale!”.
Anche il padre della psicoanalisi fu molto addolorato quando, fin da giovane, vide i suoi capelli cadere. Così egli cercò un rimedio, affidandosi agli ultimi ritrovati della medicina del suo tempo; fu per questo che seguì attentamente le ricerche del tedesco dottor Zunzst, che proponeva un rimedio contenente cistina (molecola presente nei capelli).
Meno scientifica fu la teoria proposta da Aristotele, grande filosofo greco: egli teorizzò che ci fosse uno stretto legame tra capelli e fertilità maschile; sostenne, infatti, che i capelli si nutrissero di una secrezione contenuta nel liquido spermatico.

Come si può notare, la “grandezza” non dispensa l’uomo dal dispiacersi dell’essere calvo. E come i precedenti, molti altri personaggi di rilevanza storica furono afflitti dallo stesso male e il dolore per la propria situazione ha spinto alcuni di essi a cercare di illudersi di essere un privilegiato, avanzando teorie a dir poco bizzarre.

Un filosofo greco, sull’argomento, scrisse addirittura un trattato, intitolato “Elogio alla calvizie”. Stiamo parlando di Sinesio, vissuto nell’antica città di Cirene (nell’attuale Libia) intorno al 400 d.C. Nella sua opera Sinesio intende rispondere ad un altro trattato, scritto tre secoli prima da Dione di Prusa, intitolato “Elogio alla capigliatura”.
In questo scritto Dione sottolinea le qualità di una folta capigliatura, dicendo che “Tutti vogliamo essere belli” e portando come esempio personaggi tratti dalla mitologia di quei tempi.

Sinesio, al contrario, cerca di sostenere la tesi (assurda ai giorni nostri) che la calvizie distingue l’uomo colto e intelligente dallo sciocco. Per sostenere questa credenza egli porta ad esempio il mondo animale: gli animali più stolti (come la pecora) sono ricoperti di una folta pelliccia, mentre gli animali più intelligenti (come l’uomo), hanno perso questa caratteristica. Quindi l’uomo calvo (ovvero con ancora meno peli degli altri), è rispetto ad un altro uomo ciò che l’uomo è rispetto ad una bestia.

Non possiamo sapere se Sinesio riuscì a convincere i suoi contemporanei che la calvizie non fosse un difetto quanto un pregio; sicuramente i vari Shakespeare, Freud e Churchill accettarono, sebbene a malincuore, alla loro condizione.

Ma se vivessero nei nostri tempi, con i rimedi che conosciamo e con la possibilità di rivolgersi ad un Dermatologo specializzato, forse non si sarebbero rassegnati e avrebbero cercato una soluzione.

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